composizioni che allenano lo sguardo/1

C’è una serie di libro perduti  a cui sono profondamente legata (uno è Il rosso, qui il post) e a cui attribuisco il valore di un seme che poi è cresciuto negli anni, insieme a me e alla passione per segni e composizioni per tutti! Libri perduti perché non più ristampati da anni e difficilmente rintracciabili anche nelle biblioteche (sigh!) e poco considerati/citati anche dalle pubblicazioni odierne di settore.

Uno di questi perduti è Laboratorio giocare con l’arte/4 del MIC di Faenza. Un museo che ha avuto la fortuna di venire contaminato negli anni ’80 dal genio di Bruno Munari che ha progettato, condotto interessantissimi laboratori con la ceramica e curato relative pubblicazioni. La sua presenza ha lasciato una lunga scia (scrive due articoli anche per questo n. 4) non solo di parole, ma anche di allievi capaci di moltiplicare le sue intuizioni. In particolare mi riferisco a Marielle Muhein e al suo articolo Comunicazioni visive sempre nel n.4 di Laboratorio giocare con l’arte.

“Erano esperienze sul colore, sui segni, sulle superfici tattili e i volumi; inoltre abbiamo sviluppato alcune attività che possono migliorare in noi e nei bambini la capacità di osservazione di un’immagine che sia un disegno fatto a scuola o un’opera della pinacoteca. Come nei corsi precedenti abbiamo preso in considerazione la ricerca, la conoscenza e l’uso di un materiale” (Marielle Muhein, Comunicazioni visiveLaboratorio giocare con l’arte/4, p 54). E già qui mi sento a casa. Un adulto che si mette in gioco ed è consapevole del suo apprendere in un contesto di co-costruzione del sapere (come dovrebbe essere ogni laboratorio per essere tale): quante volte le nostre progettazioni fanno fatica a esprimere queste dinamiche, come se il maestro (d’arte) è quello che ha smesso (da tempo) di imparare per potersi definire tale…

L’altro elemento significativo è la concentrazione su un materiale, uno solo. Ogni materiale ha una sua ortografia, una grammatica e una poetica uniche e non delegabili. Crescere in sensibilità, attraverso l’esperienza, circa queste qualità ci rende più capaci e consapevoli di ciò che vogliamo esprimere e, soprattutto, di come possiamo farlo dentro e oltre le parole.

“Scegliendo la carta ne abbiamo raccolto di diversi tipi, limitandoci alla carta grezza e bianca per essere attenti alle loro caratteristiche di peso, di texture, di trasparenze. Abbiamo notato come la conoscenza precisa della particolarità e delle possibilità di trasformazione di un materiale favorisce la creatività. Bastano pochi fogli di carta per inventare delle forme e dei volumi originali e per trovare, in seguito, analogie tra le semplici forma inventare da noi e quelle più complessi del mondo naturale” (ibid. pp 54-55). Il laboratorio d’arte ha bisogno di comporre sempre una sorta di caccia al tesoro (qui un esempio), punto di partenza e punto d’arrivo sono sempre abbozzati e da condividere, mai rigide mete prefissate a cui tutti devono conformarsi. Il cercare i materiali d’inizio con semplici regole di selezione è già laboratorio, è già intelligenza e sguardo in azione, è già qualcosa di non scontato (come invece certi “kit artistici” in commercio tanto rassicuranti per gli adulti, ma altrettanto mortificanti le potenzialità dei bambini).

Continua…

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