quando il fare è educare?

“Il punto essenziale è il problema di cosa di deve fare perché il nostro fare meriti il nome di educazione” (J. Dewey, Esperienza ed educazione).

Scrivere questo blog, un vero e proprio diario aperto, è certamente un modo per tenere traccia dell’esperienza e della riflessione che la sostiene e che a volte viene prima del fare, altre volte lo segue. Ma, come ogni prodotto editoriale, c’è bisogno anche di un pensiero intorno al cosa e al perché scrivere: quella che si definisce una metariflessione. E posto dopo post, il blog aiuta a ricalibrare il senso, a chiarire la direzione.

La frase iniziale di Dewey mi è sembrata interpretare la mia ricerca e la mia condivisione: non basta fare (come nel post sui lavoretti, qui), perché si è sempre fatto, non si deve considerare il fare, soprattutto coi bambini in età prescolare, come l’inevitabile riempitivo del tempo a disposizione (“così sono impegnati in qualcosa”), né come occasione prestazionale in cui le tecniche utilizzate sono al centro degli sguardi e dei complimenti.

D’altra parte il troppo fare senza riflessione, senza intenzionalità educativa, senza una saggia messa al centro del bambino, ha anche svilito agli occhi di molti le potenzialità del fare. L’espressione “ciò che conta è il processo, non il prodotto” ha dei risvolti perversi nella ricaduta educativa, perché si dimentica che il bambino è sia nel processo che nel prodotto. Il bambino ha un particolare trasporto affettivo, un’identificazione identitaria, spesso temporanea, con ciò che crea, con ciò che prima non era e che poi esiste, grazie alla sua azione. Non riconoscere o sminuire questo aspetto significa non mettersi in ascolto dei bambini, dei loro pensieri e delle loro emozioni.

Credo che sia necessario approfondire sempre più le potenzialità del fare in prospettiva educativa perché questo resta un luogo primario, indispensabile, non solo per la crescita dei più piccoli, ma di ogni essere umano a qualunque età. Per questo bisogna avere competenze tecniche variegate, democratiche (alla portata di tutti che permettano buoni risultati non standardizzati) e ben esercitate da mettere al servizio dei bambini e della loro ricerca (qui un esempio) ed espressione. Questo è il senso che vorrei sostenesse ogni post di questo blog.

“La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali con l’ambiente: l’uomo prende possesso dell’ambiente con la sua mano e lo trasforma sulla guida dell’intelligenza” (M. Montessori, Il segreto dell’infanzia).

 

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