facciamo un esperimento?/1

“La qualità fondamentale è quella di sapere osservare, qualità tanto importante, che le scienze positive si chiamarono anche scienze di osservazione, denominazione che si è cambiata in scienze sperimentali per quelle in cui all’osservazione può unirsi l’esperimento. Per osservare, evidentemente, non basta avere i sensi e non basta avere una conoscenza: è un’attitudine che bisogna sviluppare con l’esercizio

Quando si vogliono far osservare ai profani i particolari di una stella a traverso il telescopio o i particolari di una cellula a traverso il microscopio, per quanto si cerchi di spiegare a voce ciò che si deve vedere, il profano non vede […]. Per osservare bisogna essere iniziati: e questo è il vero avviamento alla scienza. Perché se i fenomeni non si vedono è come se non esistessero: invece l’anima dello scienziato è tutta fatta di un appassionato interesse a ciò che vede. Chi si è iniziato a vedere, comincia ad interessarsi: e tale interesse è la forza motrice che crea lo spirito dello scienziato. Come per il piccolo bambino l’interiore ordinarsi è il punto di cristallizzazione intorno al quale tutta la forma psichica verrà a comporsi, così per la maestra l’interesse al fenomeno osservato, sarà il centro sul quale si formerà da sé tutta la sua personalità nuova. La qualità di osservazione, include in sé altre qualità minori, come la pazienza. Rispetto allo scienziato, il profano non soltanto sembra un cieco che non vede né a occhio nudo, né con l’aiuto di lenti: ma apparisce come una persona impaziente” (M. Montessori, L’autoeducazione).

Chiedo scusa per questa citazione troppo lunga per un post, ma Maria Montessori mi sorprende ogni volta, dimostrando di essere sempre contemporanea e sempre avanti (L’autoeducazione è stato stampato nel 1916!!). Proprio lei che nasce per passione e formazione scienziata ci dimostra che la contaminazione dei saperi (l’interdisciplinarità scolastica?) è generativa e aperta al futuro. Coloro che la Montessori definisce profani non rappresentano atteggiamenti diffusi tra i nostri bambini e ragazzi di facile noia, disinteresse, superficiale e impaziente sguardo?

Quindi cosa c’entra un laboratorio d’arte con gli esperimenti e l’osservazione scientifica? Io credo molto, moltissimo… anzi non porrei distinzione tra i due!

Di seguito alcuni punti di metodo per la progettazione, ma soprattutto per la conduzione.

Primo ● punto: un laboratorio se ha come particolare obiettivo quello di osservare ciò che accade ed esercitare lo sguardo (assaporando la parte di piacere e avventura insita nella ricerca) va dichiarato ai partecipanti. Quindi l’invito non può che essere: “Facciamo un esperimento?“, con il punto di domanda alla fine, perché se non c’è interesse e corrispondenza da parte dei partecipanti tutti si riduce a una banalità. Questo punto di domanda, però, è anche una promessa da parte del conduttore: la scoperta avverrà insieme. Non ci saranno né risposte precostituite, né risposte teoriche, tutte le domande sono lecite e quindi ben accette e investigate insieme: ragazzi e adulti insieme.

Secondo ● punto: per comporre un setting da esperimento scientifico non serve nulla di asettico e di falsamente laboratoriale (come molti kit commerciali da piccolo scienziato fanno credere). Spesso i materiali utilizzati in cucina sono i migliori (costando molto meno) e hanno una carattere di realtà che coinvolge i ragazzi, che li fa sentire effettivamente protagonisti. I bambini e i ragazzi hanno subito la percezione se quello che è messo a loro disposizione è troppo didattico (vincolante, preordinato solo a certi risultati, innocuo, che non lascia segno né fuori, né dentro…) e che quindi implica il sottotesto di una finzione in atto: “facciamo finta che stai facendo un esperimento, ma non è vero!”. Inoltre gli strumenti più sono ordinari, più suggeriscono che fare esperimenti è possibile a tutti e sempre e che c’è sempre qualcosa da provare e da scoprire.

Continua…