le scatole della meraviglia/3

Continua da qui… Questo è uno spazio per alcune considerazioni a margine dell’esperienza. Perché aprire una scatola in un contesto laboratoriale non è mai un’azione fine a se stessa: apre altri percorsi, sguardi, collegamenti… Forse perché un laboratorio di espressione dovrebbe essere sempre una scatola della meraviglia da aprire.

Inizio da un libro che non traccia un percorso artistico vero e proprio, ma che, proprio partendo da piccole cose, inaugura una grammatica poetica tanto delicata e inconsistente, capace di cura e attenzione per le ephemera (quelle cose che non durano niente, che sono fatte per essere buttate)  da risultare commovente. Si tratta del libro di Roxanne Evans Stout, Storytelling whith collage.

Si inizia dalle piccole cose, appunto. Nel realizzare le scatole della meraviglia io ho aperto il cassetto confusionario sotto la  scrivania e ho trovato dei potenziali tesori. Occhi che riconoscevano e mani che hanno separato hanno fatto il resto. “Sii sempre alla ricerca della presenza della meraviglia...”. Scegliere significa, spesso inconsciamente, compiere delle classificazioni, trovare dei fili rossi che inanellano l’esperienza e la rendono familiare, significativa.

Infine il contorno, la cornice, la scatola. L’esperienza per essere sapere e memoria ha bisogno di essere circoscritta. Non si tratta di un isolamento tra ciò che è buono e ciò che non lo è, ma di una messa a fuoco puntuale, stretta, per cogliere più particolari possibili, per rendere comunicante anche una fogliolina secca o un pezzetto strappato di giornale. Senza la cornice che orienta lo sguardo, non le vedremmo nemmeno, e se proprio, penseremmo che sono solo spazzatura. Continua…