addio miei lavoretti?

La lingua italiana non ha molte parole di uso comune per definire il fare in termini sperimentali ed espressivi senza finalizzarlo subito al prodotto (dipingere, modellare, scolpire…). Dobbiamo mutuare termini dalle lingue straniere come bricolagecraftingmaking, per riuscire a trovare una dignità in questo fare (e forse una sua valenza educativa). La  parola che l’italiano ci concede e che possiamo e continuiamo a usare è – sigh – LAVORETTI. E già basta questo diminutivo irrisorio a confinare il tutto in una “povera cosa da bambini”, i quali devono ingannare il tempo prima di giungere alla maturità del lavoro adulto con facezie inutili…

Ma cosa sono i lavoretti? Basta annullarli? Non si rischia di “buttar via il bambino con l’acqua sporca”? Perché alcune persone (anche in ambito educativo) li ritengono irrinunciabili ed altre li vedono come la peggiore delle eresie pedagogiche? Ho provato a chiarirmi un po’ le idee, cercando di investigare il dato reale (più che di giudicarlo) e a tracciare questo schema interpretativo.

Lo considero un lavoro ancora in progress (siamo alla versione uno.zero) e spero di ampliarlo, problematizzarlo, renderlo più efficace nel confronto con gli addetti ai lavori (e non) che vorranno aiutarmi. Ho voluto sottolineare il fatto che si tratta sempre di una questione di proporzioni. Non c’è un termine negativo (le scritte in rosso) o positivo in assoluto, ma che dipende… tutto dipende dall’intenzionalità educativa e dalle competenze (necessariamente plurali) dell’educatore.

Un’amica a cui ho sottoposto in anteprima lo schema precedente mi ha scritto queste parole: “Ho un ricordo pulito di un libretto costruito con suor Rosalina che era stato colorato e rifinito da lei. Mio papà e mia mamma erano estremamente soddisfatti e io ero estremamente cosciente (avevo forse 5 anni) del fatto che non l’avessi assolutamente fatto io. E quel libretto c’è ancora”. Quanto poco consideriamo i bambini autentici e affidabili interlocutori, piegandoli alle logiche adulte di presunta perfezione
“L’arte si fa solo con le mani. Queste sono lo strumento della creazione, e soprattutto l’organo della conoscenza”. (Henri Focillon, Elogio della mano)